venerdì, 30 settembre 2005
Quel vecchio trucco
- ore 19.40 -
Sono lì a sistemare un paio di composizioni quando vedo una figura canuta varcare la soglia.
Occhiali dalle lenti azzurrate, abbigliamento casual e una sciarpa pretenziosamente rosa. Ha sulle labbra un sorriso sicuro e compiaciuto di sé, forse anche troppo. Come del resto tutto il suo modo di porsi, me ne accorgo subito.
Ma probabilmente, penso tra me e me, è un’impressione sbagliata, dovuta al contrasto tra la sua età (pensionabile sembrerebbe) e l’aspetto anche forzatamente giovanile che cerca di imporre.
«Buon giorno, mi dica,» esordisco.
«Vorrei che mi consigliasse un bel mazzo di fiori: sa, per una donna» mi dice ammiccando.
Mi apro in un sorriso e oltrepasso il bancone per fargli vedere le varie possibilità di scelta: «Ho delle bellissime petunie, oppure un bel mazzo di croco, i fiori dell’amore appassionato, mi dica lei. Sono per sua moglie?»
«Mia… moglie?» e scoppia in una grassa risata.
Sulle prime non capisco: «No, no, quale moglie!» aggiunge continuando a ridere, «devo concludere un affare con un’impresa al cui vertice c’è una donna».
La mia irriducibile indole da sognatore mi suggerisce l’ipotesi di una storia d’amore nata nel mondo degli interessi, un raro fiore sbocciato tra le asperità dell’animo umano, proprio come fa la genziana.
«Una donna! Una donna presidente! Ma si rende conto?» esclama scuotendo la testa. Poi, non ancora soddisfatto, continua: «I fiori mi servono per rabbonirla, sa, quel vecchio trucco, le faccio un po’ la corte, la invito a cena, i fiori… Eh, cosa non si fa per ottenere uno sconticino!», si compiace concedendosi una cameratesca pacca sulla mia spalla, vecchia volpe traboccante ammirazione di sé.
Io mi gelo. Ora capisco. E rispondo.
«Ah, certo. (Ora ti sistemo io.) Allora, guardi, le consiglierei una bella fantasia di ciclamini (fiore della diffidenza, che contiene nelle radici piccole tracce di veleno), bocche-di-leone (sinonimo di indifferenza), abbellita da tocchi di farfara (il fiore della brama di denaro). Di sicuro effetto, vedrà.»
L’elenco lo lascia indifferente. Ovvio. Realizzo subito la composizione ed esce contento e soddisfatto, ignaro.
Auguriamoci che la presidentessa conosca il linguaggio dei fiori.
martedì, 27 settembre 2005
Il Fiore del mese
Nella mia vita non ho ricevuto molti fiori. Solo rose rosse. E un mazzo variopinto per la mia laurea.
Una volta soltanto ho regalato un fiore.
Era il 21 marzo di un anno che segnava il periodo più brutto della mia vita.
Quella mattina dovevo andare da Giorgio, l'unica persona che in quel periodo mi aveva teso la mano, impedendomi di affondare.
Di Giorgio amavo la tenerezza, la profonda umanità, la capacità che aveva di saper ascoltare e la lucidità di giudizio.
Padova regalava un timido sole, in Piazza delle Erbe le banche di fiori si riempivano di colori. Ci passavo lasciandomi trasportare da quella sensazione piacevole di armonia e d'un tratto una gerbera di un colore tra il rosa e il salmone e screziata di bianco attira la mia attenzione.
Il mio cuore unisce i due pensieri ma la mente si ribella: "regalare un fiore ad un uomo? regalare un fiore a lui? cosa penserà?".
Il cuore risponde: "se davvero lui è ciò che mostra di essere capirà. capirà il mio gesto d'affetto. Capirà che oggi è primavera anche nel mio cuore e lo è anche grazie all'aiuto che mi ha dato".
Compro la gerbera.
Busso al suo studio e, emozionata come una scolaretta, dico: «ti ho portato un fiore...».
Giorgio, don Giorgio, si illumina come un bambino, lascia perdere il computer, i fogli, i libri: «Io amo i fiori! E questo è il primo fiore di primavera! Merita un posto speciale!».
Apre l'armadio, sceglie un vaso blu traslucido, corre a metterci l'acqua e ci infila la gerbera. La mette in bella vista sulla scrivania.
Non dice grazie. Non ce n'è bisogno. I suoi gesti hanno parlato abbastanza.
Da quel giorno e da quello sguardo limpido io ho la prova inconfutabile che un Dio esiste.
La prima storia del mese ci è stata regalata da una persona che ha chiesto di rimanere anonima.
I miei omaggi a lei.
In fondo...Cos'è un nome? Ciò che chiamiamo rosa con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso profumo.
sabato, 24 settembre 2005
Il Maestro e Margherita
... Gli occhi dell'ospite si dilatarono ed egli continuò a sussurrare guardando la luna. «Lei aveva in mano un mazzo di disgustosi, inquietanti fiori gialli. Sa il diavolo come si chiamano ma sono i primi a comparire a Mosca. E i fiori spiccavano violentemente sul suo soprabito nero. Aveva dei fiori gialli! Brutto colore. Sbucò da via Tverskaja in un vicolo e qui si voltò. Lei conosce via Tverskaja? Ci passavano migliaia di persone, ma io le assicuro che lei vide me solo e mi guardava non si può dire inquieta ma addirittura in modo morboso. E lei mi colpì non tanto per la sua bellezza, quanto per il senso di solitudine insolito, mai visto, che c'era nei suoi occhi. Obbedendo a quel segnale giallo, svoltai anch'io nel vicolo e la seguii. Camminavamo per la viuzza monotona, tutta curve, l'una da una parte, l'altro dall'altra, in silenzio. Non c'era anima viva. Io soffrivo perché mi pareva che fosse indispensabile parlare e stavo in pena perché se non dicevo niente, lei se ne sarebbe andata e io non l'avrei più rivista. E, si figuri, fu lei che cominciò d'un tratto a parlare.
"Le piacciono i miei fiori?".
Ricordo chiaramente il tono della sua voce, abbastanza profonda ma a scatti e, per quanto sia stupido, mi sembrava che l'eco urtasse nella viuzza e riecheggiasse dalla sporca parete ingiallita. Passai rapidamente dalla sua parte e avvicinandomi a lei risposi: "No".
Mi guardò stupita, e d'un tratto compresi - e fu una cosa del tutto inaspettata - che per tutta la mia vita avevo amato proprio lei. Una bella storia, no? Certamente lei dirà che sono pazzo.»
«Non dico niente» esclamò Ivan, e soggiunse: «La prego, continui».
E l'ospite proseguì:
«La ragazza mi guardò stupita e poi mi chiese: "Non le piacciono i fiori?". Nel suo tono mi parve di sentire dell'astio. Camminavo al suo fianco cercando di starle al passo, e mi stupivo di non sentirmi affatto a disagio.
"Sì, i fiori mi piacciono, ma non questi" dissi.
"Quali?"
"Le rose mi piacciono." ...
(Michail A. Bulgakov)

martedì, 20 settembre 2005
Edera intrecciata
- ore 9.40 -
Teresa è appena uscita col vassoio della colazione.
Con una mano raccolgo dal bancone le briciole galeotte del cornetto all’amarena e mi prendo il lusso di perdermi dietro il filo dei miei pensieri: seduto sullo sgabello, mi lascio cullare dalle tinte malinconiche di Oblivion di Piazzolla regalatemi da questa radio strozzata, aspettando che la prossima storia varchi la porta.
Oggi è il telefono a squillare.
«Buon giorno, vorrei sapere se è possibile ordinare un’orchidea e consegnarla a domicilio.»
«Certo signora, nessun problema.»
«Tra qualche ora passerò a saldare il conto e a consegnarle un biglietto d’accompagnamento. A più tardi.»
Chiude così, lapidaria; tuttavia la sua voce vellutata mi lascia un piacevole retrogusto.
La scia di questa impressione mi accompagna nella scelta dell’orchidea: scarto le più belle prendendo quella dai petali più intensi al tatto. Decido di stringerla nell’abbraccio di un ritaglio di iuta per poi dimenticarmene tra le margherite della signora Giovanna, la frailea di Luca per la sua collezione di piante grasse e il bouquet per il compleanno delle due gemelline.
E quando entra una figura scialba, dal volto anonimo, con grandi occhiali scuri chiedendomi dell’orchidea, è con difficoltà che associo quest’immagine grigia all’intensa voce di quella telefonata. Contempla l’orchidea, paga e lascia sul bancone una busta rosa: sul retro, dice, troverò l’indirizzo del destinatario.
Esce frettolosamente e la sua borsa urta la busta facendola cadere sul pavimento: mi avvicino trovando al suo posto un biglietto. Mi raccolgo sulle ginocchia e allungo la mano notandovi il disegno di una bella cornice di edera intrecciata che cattura la mia attenzione, costringendomi a leggere:
"Mia dolce, di che profumi…?"
Immediatamente un vortice mi prende e mi costringe a continuare a mezza voce:
"…Non è fiore,
non è la pugnalata del garofano penetrante,
o impetuoso aroma di violenti gelsomini…"
Teresa rientra con il caffè delle dodici e questa volta, invece che esordire con il suo solito «Buongiorno giorno!», domanda: «A chi leggi Neruda?» e prima ancora che possa risponderle, aggiunge chinandosi:
«E di chi è questa busta rosa indirizzata a Beatrice?»
sabato, 17 settembre 2005
Primavere
- ore 12.56 -
Entra come un fulmine.
È eccitato, tanto da non accorgersi di aver travolto un vaso di tulipani.
«Voglio essere il primo uomo a regalarle dei fiori» mi dice, elettrizzato come un ragazzino alla sua prima cotta.
Sorrido, lo aiuto, esce di corsa, con una manciata di primule e un rametto di mimosa.
Angelica, sua figlia, è diventata Signorina.
martedì, 13 settembre 2005
Agnese
- ore 10.00 -
Agnese è una signora anziana, dal viso smunto e la schiena lievemente ricurva sui suoi anni.
L’accolgo con un caldo buongiorno e subito accenna un sorriso incerto spalancando gli occhi.
Non ha bastoni con sé ad aiutarla col peso delle primavere: si muove con una certa sicurezza e, prima di arrivare al bancone, si accosta al bel trionfo di gerbere variopinte meravigliosamente fresche.
«In cosa posso esserle utile?»
Esita qualche istante: la vedo chiudere gli occhi e appoggiarsi con una mano leggera sul mio tavolo da lavoro.
«Vorrei dei consigli.»
«Dica pure, signora, siamo qui per questo.»
Sorride. Vuole iniziare ma non sa da dove: vola con lo sguardo per i colori del negozio e quindi, inspirando profondamente: «Che buon profumo qui…»
«Sì, buono davvero. Pensi che, per non abituarmene mai, ogni giorno cambio l'equilibrio dei fiori: tolgo un po' di quelli più intensi e rafforzo li altri, sposto gli uni al posto degli altri. E così, ogni giorno, costruisco un profumo diverso,» e le sorrido.
Ha funzionato: sorride anche lei ma questa volta è più decisa, ora parlerà.
«Vede, vivo da sola da molti anni nella casa che il mio povero Giorgio scelse per noi, poco più giù, proprio sul mare. Gli piaceva, diceva che amava svegliarsi ogni mattina e, dopo un'occhiata alla finestra, potermi dire: "Anche oggi i tuoi occhi sono più blu del mare". Era un uomo così, dolce come non ne nascono più. Prima che quella brutta malattia gli impedisse di muoversi, si prendeva molta cura di me e della nostra casa, in modo particolare del nostro balcone. Lei non ha idea di quanto tempo gli anziani passino affacciati ai balconi!» e la vedo schiarirsi nel terzo ma primo vero sorriso.
«Ogni mattina, dopo il latte e caffè (con un quarto di cucchiaino di zucchero, sa, il diabete) e una fetta di pane del giorno prima, Giorgio amava passare il tempo con i suoi fiori e le sue piante. Passava intere giornate lì, a piantare e annaffiare e a parlare – sì, perché lui parlava con i suoi fiori - ma in realtà io amavo vedere il nostro balcone così vivo, così allegro, così pieno – anche se questo voleva dire lavare e stirare molte più maglie e molti più pantaloni!» e stavolta siamo in due a ridere.
«Da quando è morto, quel balcone è morto con lui. È un balcone grande, bellissimo, proprio sulla strada che costeggia la spiaggia e da quel giorno è diventato un monumento di fiori funebri. Pensi, prima era pieno di rampicanti e fiori di campo e i ragazzetti avevano preso l'abitudine a darsi l'appuntamento con le morose sotto il nostro balcone: abbiamo sentito per chissà quanti pomeriggi le parole e le promesse e i timori e il suono dei baci... Ci piaceva, ci stringevamo la mano e tornavamo con la mente a quel giorno in cui anche noi...»
Una lacrima le cade sul viso smagrito. Per non lasciarla in quei pensieri esco dal bancone, giro intorno, vado a prendere dalla vetrina una piantina di torenie e gliela poso in grembo. Lei alza lo sguardo verso di me, incuriosita.
«Sono torenie, signora: hanno i fusti prostrati, molto ramificati e producono moltissimi fiorellini a trombetta di colore bianco, viola, rosa, giallo o porpora. Sono molto belle, ideali per un balcone perché tendono a ricadere formando una cascata di colore.»
Li guarda socchiudendo gli occhi: di certo sta immaginandosi il risultato. Allora insisto.
«Poi, signora, non posso non consigliarle i gerani: sono anzi certo che li conosce già, se suo marito era così bravo ed esperto...»
«Sì, sì, mi piacevano molto con le loro tonalità pastello...» dice acquistando luce.
«Esattamente. Per il momento, poi, le consiglierei anche delle surfinie: sono un concentrato di colore, ricchissime di tenui sfumature. Però si ricordi di mettere del concime ricco di potassio ogni settimana...»
Andiamo avanti così ancora un po'. Sceglie, chiede consigli, s'informa: ogni domanda, ogni scelta che fa è un passo in avanti, una stoccata sempre più decisa ai fantasmi del passato. «Perché,» mi dice, «voglio sentire ancora parlar d'amore...»




